Per oltre quattro decenni la stampa 3D ha lavorato quasi esclusivamente con materiali inerti: polimeri derivati dal petrolio, polveri metalliche, resine fotopolimerizzabili, ceramiche tecniche. Oggi qualcosa di profondamente diverso sta uscendo dai laboratori di biotecnologia e dai dipartimenti di ingegneria dei materiali di mezzo mondo. L'ugello di una stampante non deposita più soltanto plastica fusa, ma una pasta viva, biancastra, densa come un impasto per pane, popolata di ife fungine che continuano a crescere dopo la deposizione. È l'inizio di una manifattura che non costruisce oggetti, ma li coltiva.
Ogni secondo, mentre leggi questa frase, circa 25.000 miliardi di globuli rossi stanno trasportando ossigeno lungo i tuoi vasi sanguigni e centinaia di trilioni di mitocondri lo stanno bruciando per produrre energia. L'ossigenazione non è quindi un dettaglio fisiologico marginale: è la condizione stessa della vita aerobica, il processo che separa una cellula che lavora da una cellula che sopravvive a fatica. Eppure, quando parliamo di ossigenazione, la maggior parte delle persone pensa soltanto al respiro, cioè all'ultimo anello visibile di una catena lunghissima che comincia nell'aria e termina dentro una struttura microscopica chiamata catena respiratoria mitocondriale.
C'è un momento, nella vita di chiunque coltivi funghi, in cui il sospetto diventa certezza: l'igrometro mente. Il display dice 92% di umidità relativa, il substrato è visibilmente asciutto, i primordi abortiscono uno dopo l'altro e i cappelli si screpolano come terra in siccità. Oppure accade il contrario: lo strumento segna 78%, ma sulle pareti della fruttiera cola acqua e il micelio annega in una patina batterica. Non è uno strumento difettoso. È isteresi: il fenomeno per cui un sistema fisico non risponde solo a quanto vale una grandezza, ma anche a da dove arriva, cioè alla storia che ha attraversato per arrivarci.